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Cottolengo

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La Piccola Casa della Divina Provvidenza, conosciuta anche con il nome di Cottolengo (dal nome del suo fondatore san Giuseppe Benedetto Cottolengo) è un istituto di carità con sede principale nel quartiere Aurora a Torino.

L'istituto si occupa di assistenza ai portatori di handicap fisici e mentali, agli anziani, agli ammalati in genere, ai minori, ai tossicodipendenti, ai poveri senza fissa dimora e agli extracomunitari. In Italia le case di assistenza sono 35, con circa 1.700 assistiti.

Nella casa madre di Torino gli assistiti sono 420. Accanto alle strutture per disabili opera l'ospedale, che dispone di 203 posti letto. Tra suore operative e anziane a riposo vivono inoltre nella Casa madre oltre 600 religiose. Nell'istituto operano 1.200 volontari dell'Associazione volontariato cottolenghino, che accoglie, in totale circa 2000 persone.

Il Cottolengo è presente all'estero con una quindicina di succursali in India, Kenya, Ecuador, Stati Uniti (Florida), Svizzera.

StoriaModifica

La prima sede, che diede il via all'opera di carità, fu aperta il 17 gennaio 1828 a Torino, in via Palazzo di Città, che si trovava nel palazzo della Volta Rossa e operava sotto il controllo della Congregazione del Corpus Domini, e fu chiamata il Deposito de’ poveri infermi del Corpus Domini; nel 1831 il Deposito fu chiuso d'autorità per la contingente epidemia di colera e il "Cottolengo", com'era noto il sacerdote e sempre più spesso il suo ricovero, dovette riparare in Borgo Dora. Qui il 27 aprile 1832 aprì la Piccola Casa della Divina Provvidenza sotto gli auspici di San Vincenzo de' Paoli.

L'istituto accoglieva epilettici, dementi e sordomuti. Il numero dei ricoverati iniziò presto ad aumentare, e con esso le spese della struttura. La Casa attraversò fasi di gravissimo indebitamento, tali da esporre il suo responsabile a procedure giudiziarie. Fu deciso pertanto di assicurare un fondo patrimoniale che potesse garantire un futuro alle iniziative ed alla possibilità di proseguire nell'opera di assistenza. Usando di donazioni, lasciti ed inattese prebende, il consolidamento fu perseguito attraverso l'acquisto di terreni ed edifici. Alla morte del suo fondatore, nel 1842, la Casa contava già 1.300 ricoverati.

Durante la Seconda Guerra Mondiale i bombardamenti causarono la distruzione di quattro reparti e la morte di circa 100 persone. Oggi la struttura è estesa per 100.000 m2 e conta circa 14.000 ricoverati.

Sede di formazione (dal 1838) per infermiere professionali, nel 1936 aprì una Scuola-convitto professionale per infermiere religiose; dal 1975 vi opera anche personale laico.

Le criticheModifica

Nonostante l'opera di assistenza svolta, nella sua particolarità, sia considerata da alcuni altamente lodevole, da altri il Cottolengo è stato fatto oggetto di dure critiche.

  • La critica più famosa è senz'altro quella mossa da Italo Calvino nel suo libro La giornata di uno scrutatore, in cui lo scrittore accusa i religiosi dell'istituto di aver costretto molti individui incapaci di intendere e di volere a votare per la Democrazia Cristiana.
    • A questa critica viene in genere ribattuto che l'accusa non sarebbe provata e che comunque con 14.000 voti non cambierebbe l'esito di una votazione.
  • Viene anche criticata l'eccessiva ricchezza dell'istituto, il cui valore dei beni immobiliari supera i 100.000.000 di euro ed è cresciuto in media, dalla sua fondazione ad oggi, di oltre 50.000 euro al mese.
    • Da parte dei numerosi sostenitori dell'Istituto, si ribatte che i 100.000.000 di euro di patrimonio equivarrebbero ad un patrimonio di circa 7.100 euro per ricoverato. Considerando una rendita annua media del 5%, ciò porterebbe ad una rendita di 355 euro annui per ricoverato, molto meno di quello che lo stato spende nelle sue strutture. E si evidenzia che l'Istituto è impegnato a sostenere l'attività di altri centri in paesi in via di sviluppo, dove collabora, anche con sostegno finaziario, con altre benefiche associazioni.
  • Molti ex ricoverati inoltre criticano il modo stesso in cui l'istituto presta assistenza ai bisognosi, sostenendo che per aiutare veramente gli handicappati sarebbe molto più utile cercare di farli integrare nella società, anziché rinchiuderli in una sorta di città parallela, totalmente separata dal mondo normale. Si risponde che proprio a questo mira l'Istituto, ma si piega alle necessità per non abbandonare i bisognosi al loro destino
    • Questa critica è accolta come l'unica realmente degna di considerazione. Costituisce in fondo una critica alla società italiana, che preferisce rinchiudere il malato in una struttura invece di seguirlo in casa. Storicamente, l'Istituto divenne ben presto nella sintesi popolare il ricovero dei c.d. "mostri", di coloro cioè cui la sorte o la malattia avevano oltraggiato il corpo o i lineamenti, coloro che la società respingeva perché imbarazzanti o praticamente sgradevoli. Da molti si conferma l'onestà intellettuale di quegli operatori i quali, racchiudendo più che richiudendo, intendono proteggere gli infelici ospiti dalla cattiveria della superficialità esterna, volendo evitare che il contatto possa tradursi in nuove ulteriori sofferenze per gli interessati. Del resto, è voce popolare che lo "star nascosti" sia per qualche ragione nel destino della Casa: per motivi sanitari prima (col colera e col tifo i malati dovevano restare costretti), per motivi politici poi (per la contemporaneità del matrimonio di Vittorio Emanuele II, i funerali del fondatore dovettero tenersi nottetempo e senza partecipazione), per motivi sociali infine (la società rifuggiva, ed ancor oggi non completamente accetta, i diversi).

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica




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